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Intervista a Walter Veltroni

Walter Veltroni, l’11 Novembre 2007 lei era Sindaco di Roma: si adoperò in prima persona per decretare il lutto cittadino, allestendo la camera ardente di Gabriele ai piedi del Campidoglio. Perché?


Perché era giusto, perché era morto in un modo assurdo un figlio di Roma, una persona che come ho potuto ricostruire dai racconti che mi sono stati fatti aveva una grande amore per la sua città oltre che una particolare carica umana che lo rendeva simpatico a chiunque ci entrava in contatto. Nei mie sette anni da sindaco ho sempre cercato di trasmettere alla città un senso di comunità, la decisione presa su Gabriele era assolutamente coerente con questa impostazione.

 

Poi, prima di lasciare la carica di primo cittadino, l’input di istituire la “Fondazione Gabriele Sandri”, che oggi vede finalmente luce, ma in una giunta diversa: che significa questo passaggio di consegne, nel nome di Gabbo, tra centro-sinistra e centro-destra? Può considerarsi politicamente valida la massima “Siamo tutti Gabriele Sandri”, sposata trasversalmente da migliaia di giovani e non solo?

 

Di fronte a certi avvenimenti, davanti alla clamorosa ingiustizia di una vita che non c’è più le divisioni politiche non hanno alcun senso, io almeno la penso così. Mi fa piacere che la maggioranza abbia deciso di proseguire quanto avevamo all’epoca impostato insieme con la famiglia Sandri per ricordare al meglio la figura di Gabriele. Mi sembra una scelta giusta, di buon senso, direi obbligatoria.


Secondo lei, in quale direzione dovrebbe muoversi la “Fondazione Gabriele Sandri”?


Credo possa rivestire un ruolo importante nel contrastare ogni forma di violenza intorno allo sport. Viviamo tempi sempre più difficili e il sistema calcio mi sembra ormai pienamente inserito in una crisi generale che determina non solo pesanti cali di entrate economiche ma anche una perdita sempre più accentuata di quei valori di base che dovrebbero essere alla base di tutto ciò che riguarda una competizione sportiva. Parliamoci chiaro: la gente allo stadio ci va sempre meno non solo perché il biglietto costa troppo. C’è una violenza diffusa, un isterismo ormai quasi cronico, che trasmette tensione e trasforma tutto ciò che dovrebbe essere passione e svago in una questione di vita o di morte. E’ un errore madornale. Se il calcio italiano vive questo momento di clamorosa decadenza tecnica io penso che una parte di ragione sia da trovare anche nel clima che si respira intorno alle partite. Basta vedere cosa succede all’estero. In Germania, Spagna ed Inghilterra la partita è una festa, anche se la squadra del cuore perde. E gli stadi sono pieni. Anche di bambini.


Quale ruolo potrebbe rivestire nel rapporto tra tifosi e istituzioni?


Non c’è dubbio che la risonanza che c’è stata intorno alla vicenda di Gabriele possa e debba offrire alla Fondazione molteplici spunti di intervento. Gabriele era una persona amata all’interno della tifoseria laziale. Lo dimostra l’attaccamento con cui la sua vicenda è stata e continua ad essere seguita e il suo nome è ormai un simbolo all’interno di tutte le curve d’Italia. Ecco, io credo che se nel suo nome, onorando la sua memoria e la sua inconcepibile morte, la Fondazione promuovesse iniziative per trasmettere messaggi per valorizzare temi come la lealtà, la sportività, il rifiuto di ogni violenza questo sarebbe un contributo importantissimo per consentire al calcio italiano di risalire la china pericolosa in cui si trova oggi.


Nel primo Consiglio di Amministrazione, insieme ad un concorso per Dj è stato deliberato un ambizioso progetto dal titolo “Festival della Cultura del Calcio”, rassegna annuale di preservazione culturale e di memoria storica dello sport più amato dagli italiani. Cosa ne pensa?


E’ una splendida idea, un’iniziativa che va esattamente nella direzione di cui parlavo.

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