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sappiamo solo proporre coprifuoco o vendette tribali?

 

La morte di un ragazzo, non è e non deve essere soltanto un fatto di cronaca così come non deve essere occasione per rapidi ed inutili lanci di slogan banali e qualunquisti. Un fatto del genere è prima di tutto un dramma, lo è per i famigliari, per gli amici, per l'ambiente a lui vicino, ma lo è anche per una figura percepita oramai come troppo assente e scollegata dal resto della gente così detta comune.
Non stiamo parlando di una persona come le altre, proprio perché persona non è. Come è chiaro, ci stiamo riferendo allo Stato,  ad una entità si astratta ma anche tangibile, che per una concatenazione di motivi  ha preso una rischiosa deriva, finendo per essere associata alle sole richieste fiscali, e non più al suo ruolo originario di entità cardine della società.

Quando a piangere un suo figlio caduto in circostanze come quelle di una partita di calcio, è lo Stato dunque, dobbiamo parlare di una sua profonda sconfitta.
La ferita che gli viene inflitta è pesante e sanguinosa proprio perché figlia di una colpa grave, di una sua mancanza fondamentale. Ciò che risulta mancare è quella capacità di essere guida, di educare quindi e di crescere i suoi cittadini, tutelandoli, perchè quando la massima Istituzione educa, sta anche tutelando i suoi cittadini. Vittime o carnefici, colpevoli o innocenti che siano, sempre di cittadini parliamo, sempre di esseri umani e non di realtà astratte e scollegate dal mondo concreto in cui viviamo  quotidianamente.

Quanto accaduto il 3 maggio, anche se duole dirlo, non è il primo dei gesti folli che si susseguono  nella nostra società da tempo, con questo non vogliamo attribuire allo Stato la paternità  di ogni singola azione compiuta da ogni cittadino, ma quando una parte cospicua  di essi sbanda, le responsabilità non sono solo del singolo e della sua natura ma anche  dello Stato. La sua colpa in questo caso risiede nella incapacità di comprendere il problema nella sua totalità ed ampiezza, colpa reiterata poi nei tentativi di porre argine a fenomeni che non sono stati analizzati ma soltanto subiti.

Lo Stato non perde soltanto quando camorra, mafia ecc sparano e giustiziano vecchi e bambini nelle strade, ma perde anche quando si lascia sfuggire l'occasione per essere esempio, quando non è al timone, quando non è in grado di formare quindi. Perde in ogni giro di vite repressivo, ogni qualvolta la soluzione unica diviene il divieto indiscriminato.
Impedire ai cittadini di muoversi liberamente  sul territorio nazionale è paragonabile ad un coprifuoco diurno e notturno, una censura fisica. Possibile che non esista alternativa al divieto.
Le rivalità tribali, l'esasperazione di conflitti campanilistici, il fanatismo integralista delle leggi della strada, non sono dunque emancipate da quel sistema che le reprime senza fornire alternative costruttive che vadano oltre una semplice maglietta indossata ad inizio partita dalle squadre in campo.
I venti di vendetta che soffiano tra Lazio e Campania sono frutto si di un folle germe nichilista, ma sono anche figlie di una totale incapacità  persuasiva. Manca totalmente il valore guida che unisce e tutti tiene uniti.
In buona sostanza rischiamo di assistere ad un circolo vizioso in cui tutti sbagliano, che siano essi stato o cittadini di nome ultras.

 

 

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La follia nichilista di sabato sera

Verrebbe da chiedere ad altri di poter essere avvisati una volta terminata la sequela di banalità perbeniste, tanto in voga dopo giornate come quella di sabato. Verrebbe anche da ricordare alla comunità tutta che i fatti vanno giudicati senza livore alcuno, evitando di partire da posizioni preconcette e tanto meno chiedere o concedere, a seconda del ruolo che si ricopre, l’attivazione di misure repressive indiscriminate, con la convinzione di esaudire le richieste del popolo.

Tra le tante ovvietà spese però, nessuno ha colto l’unico aspetto veramente ovvio, così evidente da sfuggire alle numerose penne e bocche iscritte all’albo.  Ci si è spesi in accuse di ogni genere, tutte illuminanti sia chiaro. Ad un certo punto sembrava quasi di assistere ad uno spettacolo teatrale dal titolo la surreale banalità dell’ovvio. Abbiamo letto di rapide quanto frettolose indagini giornalistiche, tutte mirate a svelare l’arcano mistero che si celava dietro la sparatoria di viale Tor di Quinto, storie fatte di intrecci geopolitici tra il quadrante nord della capitale ed il capoluogo campano.

Ultras non ultras, poi di nuovo ultras ma senza adunate sediziose e premeditazioni del caso. Dettagli poco interessanti per il grande pubblico, che vuole la testa di un tifoso su un piatto di argento e niente altro, ma chi  indaga per mestiere e soprattutto  per mandato, sa che certi particolari possono fornire spiegazioni decisive, tanto da poter escludere davvero qualsiasi forma di  premeditazione.

L’unica che ha mostrato di aver capito più o meno come fossero andati i fatti, e le potenzialmente  pericolose conseguenze innescabili,  è stata solo la questura. Fatta esclusione per  la spettacolare fase burocratica, con apparente  richiesta di nulla osta a giocare ad un unico rappresentante della tifoseria napoletana, ha dimostrato di tenere bene a mente cosa non dovesse accadere né durante la fase di emergenza né al suo termine. Tutto questo mentre  blog e social network si riempivano di violente richieste di punizioni esemplari, dal sapore vendicativo, dimenticando che la giustizia non deve vendicare proprio nessuno.

Ma c’è un’altra verità, ovvia appunto, talmente ovvia che come dicevo poc’anzi, nessuno ha scritto, detto e forse neanche pensato.

La follia. Si la follia, e come altro bisognerebbe chiamarla se non così. Ancora più folle però, sarebbe credere che il sistema in cui tale tragedia abbia preso forma fosse un sistema normale. Certo, se si analizza il tutto senza alcuna pretesa, senza porsi mai interrogativi, avallando ogni abitudine ad accettare la prassi come le regole senza mai interpretarle, allora quello che appare è che il calcio è uno sport sano, che la società contemporanea è priva di errori, ingiustizie e malaffari e che il male non esiste.

Ma è davvero così, viviamo in un  mondo di regole realmente condivise?. Lo Stato rappresenta  i suoi cittadini ed essi si riconoscono nello Stato? C’è un legame valoriale così solido, capace di  unire ogni componente della comunità in cui si vive, oppure la società  è solo un insieme di io separati tra loro, senza che esista una coscienza di tutti e che tutti rappresenti.

Qui si è arrivati ad un punto di non ritorno, ma non ci si è arrivati per la volontà di una parte soltanto della società, si è giunti in questo baratro nichilista per colpa di tutti. Si è giunti fin qui perché si è voluto negare l’evidenza. L’uomo ha bisogno di credere, di sentirsi parte del mondo in cui vive e non di essere un semplice consumatore, con il solo obbligo di rispettare i codici e pagare i suoi acquisti.

A chi fosse colto da tremori, immaginando che con queste parole si stia cercando di fornire una assoluzione di principio per i responsabili di questa brutta faccenda si sbaglia di grosso. Quello che si vuole dimostrare non è la legalità di certe azioni ma la loro origine, non spetta a noi condannare, ma la voglia di comprendere per risolvere questo si che ci preme. In un mondo perfetto non vi sarebbero ne guardie ne ladri, ed il nostro mondo è tutt'altro che perfetto. Questa imperfezione però non è monopolio di una sola parte.

Come si può ridurre il problema dell’uso arbitrario della violenza al solo mondo ultras, e soprattutto perché separarlo dal resto della società. Non è forse la stessa società in cui vivono anche i bambini innocenti vittime nelle loro scuole o nei loro quartieri, vittime della prepotenza di branchi di coetanei prepotenti e violenti, non è la stessa società del bullismo dunque, o della società in cui camorra mafia ndrangheta, operano ed addirittura trattano con lo Stato? E cosa si è ottenuto in quegli ambiti, la repressione, i tanto miracolosi “giri di vite” cosa hanno ottenuto.

Anni di tessere del tifoso hanno prodotto alcuni risultati positivi, in particolare dal punto di vista dei risparmi dello Stato per la gestione delle forze dell’ordine. Negli stadi torniamo a dire, gli scontri sono sempre stati rari, aumentano invece nelle dimenticate serie inferiori, dove le telecamere non arrivano. Gli scontri avvenivano e continuano ad avvenire lontano dai perimetri degli stadi, esattamente come avveniva prima e come continua ad avvenire nel “modello” anglosassone.  A cosa dovrebbe servire dunque un DASPO a vita se non si vuole comprendere la causa di un fenomeno. Ed a cosa sarebbe servito il daspo a vita ad un Daniele Desantis che viveva nel luogo sotto inchiesta. Lo stesso Presidente del Senato P. Grasso, ha giustamente chiesto di tutelare lo sport, ma ha anche parlato  di un malessere sociale che lo minaccia.

E poi perché contraddire quanto dichiarato in conferenza stampa dalla DIGOS di Roma, perché cercare il pelo nell’uovo che non c’è.

Si è trattato di follia allo stato puro esattamente come è folle una sparatoria nei quartieri spagnoli o nella zona espansione nord di Palermo. Folle come ogni mano che offende in nome del proprio io.

Differente è stato l'esempio, questa volta decisamente encomiabile,  offerto dalla madre di Ciro Esposito, le cui condizioni, rimangono stabili. A questa signora vanno i nostri migliori auguri ma soprattutto vogliamo possa giungerle la nostra stima per le parole, per la dignità, per l'esempio appunto che sta dando. La sua misericordia nei confronti di chi le ha quasi strappato la vita del figlio dimostra una nobiltà d'animo sempre più rara da trovare. Auguri signora e speriamo che Ciro si riprenda e torni presto a casa nelle stesse condizioni in cui lo ha salutato prima che partisse per Roma.

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Giuliano, ci risiamo...

E si, a quanto pare ci risiamo,  sembra infatti  che i signori, chiamati a dirigere il sistema calcio,  vengano da Marte.

Ci chiediamo se non sappiano perfettamente nulla di ciò che accade nelle serie minori...dove per  serie minori intendiamo tutte le categorie, quindi non solo “eccellenza” o  "promozione" ma anche i settori  giovanili come  giovanissimi, esordienti  fino ad arrivare  ai teneri pulcini. Osservando proprio queste ultime categorie, dove si formano i futuri calciatori,  è possibile comprendere l’origine di questa carica di antisportività.

Immaginiamo che scoprire che siano proprio i genitori di bambini di poco più di 10 anni ad incitare alla violenza, favorendo simulazioni ed inganni di ogni genere, sempre pronti  a sbraitare contro arbitro e avversari al sorgere del primo pretesto utile, dovrebbe aprire una seria riflessione sui valori  che vengono trasmessi ai ragazzi. Comprendendo quindi  che lo spessore morale prima che tecnico degli allenatori così come quello di padri e madri asserragliati dietro i campi da gioco ha un'importanza assoluta.

Abbiamo sempre sostenuto che il principio dell'anti è  il più facile da sposare se non seguito da una cultura sportiva che derivi prima di tutto dall'educazione. Ora nell'era di youtube fanno scalpore le immagini di quella partita tra dilettanti, non vogliamo immaginare cosa accadrebbe se d'improvviso si scoprisse che quelle immagini sono quasi all'ordine del giorno nelle categorie non visibili...

Non meravigliamoci per questo episodio ma soprattutto non limitiamoci a rapide quanto superflue e retoriche critiche da pubblicare a quattro colonne, non è così che si può arginare il fenomeno negativo, cerchiamo piuttosto  di produrre iniziative valide, reali, efficaci,  anche nello sport.

Non lo si scopre certo ora che lo sport possa essere inteso come metafora della vita, preparando i più giovani ad affrontare le difficoltà che immancabili si presenteranno nel corso della loro crescita. E' importante che comprendano da subito che la via più breve, che le scorciatoie dell'inganno e del comportamento aggressivo, porteranno a produrre sempre conseguenze negative, sbagliate e che il fine ultimo della loro attività ricreativa, non è il risultato ma il miglioramento di se stessi. Ogni piccolo atleta che migliora nell'etica sarà un futuro uomo migliore nella società.

Non dimentichiamo quindi l'importanza degli esempi, il ruolo di educatore non è monopolio  del solo genitore., ma è anzi attribuibile anche a quei punti di riferimento rappresentati dal mondo del professionismo sportivo. Come Fondazione, auspichiamo per ciò che possa essere  fonte di riflessione la presa di posizione del Presidente Malagò sulla tessera del tifoso ( l'ha criticata ) così come sulle responsabilità di chi rappresenta a livello istituzionale il calcio. Prima di scaricare le responsabilità solo sui tifosi, tutti, indiscriminatamente, pensiamo al perché si sia arrivati a tale esasperazione. Se gli esempi sono cattivi è difficile che possano maturare buoni frutti...

L'uomo ideale non può essere prodotto dalla tastiera di un computer o con un comunicato stampa, non possiamo pretendere giustizia se non si investe nella comprensione delle cause che portano a casi limite come quello di Giuliano. E' sbagliato  pensare di poter riempire  gli spalti con elementi neutri, la cui correttezza venga poi valutata in base al principio della visibilità. Nei campi delle serie minori, ribadiamo, gli scontri sono frequentissimi da anni, non fingiamo quindi che il problema sia nato oggi solo perchè apparso sui media. Non si può strumentalizzare sempre e solo il tifoso, difendendoli per  il loro potenziale economico come utenti e compratori di biglietti,  dimenticandoli quando invece andrebbero difesi ( v. Vienna ) . È comprensibile il timore di veder disperdersi l'unico vero carburante del sistema calcio ma allora che si prenda  coscienza della necessità di un cambiamento radicale di questo sistema malato.

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"Concordia parvae res crescunt"

In occasione del prossimo anniversario della nascita della S.S. Lazio, in collaborazione con il Centro Studi Nove Gennaio Millenovecento e con il Progetto Enciclopedico sulla S.S. Lazio di Lazio Wiki, la Fondazione Gabriele Sandri, dall'8 Gennaio 2014, ospiterà la mostra "Piazza della Libertà,  9 Ragazzi un sogno dal 1900" nei locali della Fondazione siti nell'omonima piazza.

Ferme restanti le nostre posizioni già ampiamente espresse, in merito alle poco chiare vicende legate alla trasferta di Varsavia, che continuano a produrre conseguenze restrittive per alcuni sostenitori romani, condividiamo la scelta della Presidenza Generale della Società Sportiva Lazio (che patrocina la mostra), di non dare luogo ai classici festeggiamenti previsti per il 9 Gennaio.


In attesa di ricevere spiegazioni chiare e coerenti dalle nostre e polacche istituzioni, continueremo a condividere il motto della Polisportiva, esprimendo solidarietà ai ragazzi ancora trattenuti fuori dal nostro paese.

 

Riportiamo quindi il comunicato ufficiale redatto dalla Presidenza Generale a firma di Antonio Buccioni.


 


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