Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Settimo anniversario, ricordando te ricordiamo anche gli altri

Oggi ricorre il settimo anniversario della scomparsa di Gabriele. Quest'anno lo vogliamo ricordare, sicuri di non essere i soli a farlo, volgendo un pensiero a tutti coloro che hanno avuto un destino simile al suo. A quelle vite che sono state spezzate ingiustamente,  che troppo presto hanno interrotto il loro cammino terreno, lasciando i propri cari alle prese con il dolore e con un senso di frustrazione difficile da spiegare.


Lo vogliamo ricordare così, nella speranza che casi come il suo non si ripetano più e che il suo sacrificio possa essere un monito per sempre valido, capace di fermare ogni abuso ed ogni atto di insensata brutalità. Evocando dunque quel senso di responsabilità che è troppe volte mancato, lasciando libero spazio ad un cieco e fatidico egoismo dalle tragiche conseguenze.


In un giorno come questo, in cui si susseguono vorticosamente sentimenti contrastanti,  vogliamo rivolgere un pensiero a tutti i familiari che attendono legittimamente verità e giustizia.


Gabriele Vive



 

E-mail Stampa PDF
Lecce, la forza di una comunità

Avete presente quelle notizie di associazioni che invitano ad un gesto rivolto all'aiuto verso gli altri, ad una donazione o a qualche azione che richieda un piccolo sforzo, be ce ne sono molte e spesso non riusciamo ad associare un volto agli uomini e donne che vi operano.

Pensando ad alcune di queste persone però, i volti mi appaiono nitidi nella mente, come se fossero davanti a me; è il caso dei ragazzi di Lecce, anche loro con un percorso di vita che racconta di piccole tempeste e di periodi ricchi di difficoltà ma anche di gioie immense e di momenti importanti.

Non è un caso che in Italia tanti giovani con esperienze simili si siano poi prodigati verso l'altro senza nulla chiedere in cambio. Il vero gesto del volontario consiste proprio in questo, nel donare ad altri senza ricevere nulla in dietro.

Che poi nulla non corrisponde al vero, perché dopo essersi impegnati per aiutare qualcuno meno fortunato, si torna a casa arricchiti nell'animo.

Il fatto che a volte, gli esempi migliori vengano proprio dai piccoli centri, sembra voler dimostrare che l'aspetto comunitario sia più forte dove ci si saluta ancora con i vicini, dove il rapporto umano è ancora presente e tiene ben allenati i propri sentimenti ad essere attenti alle  esigenze degli altri.

Il parallelo  con le microcomunità nate nelle curve segue lo stesso iter, dove gli uomini si uniscono invece di separarsi, è li che nasce la solidarietà.

Lecce, con la sua comunità, persevera, ma nel giusto, e noi della Fondazione Gabriele Sandri siamo orgogliosi del rapporto che si è instaurato nel tempo, ci piace credere che tale legame non sia nato per caso, la tragica scomparsa di Gabriele ha infatti messo in contatto tra loro i ragazzi di tutta Italia che cercavano soltanto di sentirsi vivi in una società che aveva sempre meno da offrire e sempre più da chiedere.

Nel lavoro di questi ragazzi la memoria di Gabriele viene arricchita ogni giorno di più, i  loro gesti valgono più di mille articoli.


 


E-mail Stampa PDF
sappiamo solo proporre coprifuoco o vendette tribali?

 

La morte di un ragazzo, non è e non deve essere soltanto un fatto di cronaca così come non deve essere occasione per rapidi ed inutili lanci di slogan banali e qualunquisti. Un fatto del genere è prima di tutto un dramma, lo è per i famigliari, per gli amici, per l'ambiente a lui vicino, ma lo è anche per una figura percepita oramai come troppo assente e scollegata dal resto della gente così detta comune.
Non stiamo parlando di una persona come le altre, proprio perché persona non è. Come è chiaro, ci stiamo riferendo allo Stato,  ad una entità si astratta ma anche tangibile, che per una concatenazione di motivi  ha preso una rischiosa deriva, finendo per essere associata alle sole richieste fiscali, e non più al suo ruolo originario di entità cardine della società.

Quando a piangere un suo figlio caduto in circostanze come quelle di una partita di calcio, è lo Stato dunque, dobbiamo parlare di una sua profonda sconfitta.
La ferita che gli viene inflitta è pesante e sanguinosa proprio perché figlia di una colpa grave, di una sua mancanza fondamentale. Ciò che risulta mancare è quella capacità di essere guida, di educare quindi e di crescere i suoi cittadini, tutelandoli, perchè quando la massima Istituzione educa, sta anche tutelando i suoi cittadini. Vittime o carnefici, colpevoli o innocenti che siano, sempre di cittadini parliamo, sempre di esseri umani e non di realtà astratte e scollegate dal mondo concreto in cui viviamo  quotidianamente.

Quanto accaduto il 3 maggio, anche se duole dirlo, non è il primo dei gesti folli che si susseguono  nella nostra società da tempo, con questo non vogliamo attribuire allo Stato la paternità  di ogni singola azione compiuta da ogni cittadino, ma quando una parte cospicua  di essi sbanda, le responsabilità non sono solo del singolo e della sua natura ma anche  dello Stato. La sua colpa in questo caso risiede nella incapacità di comprendere il problema nella sua totalità ed ampiezza, colpa reiterata poi nei tentativi di porre argine a fenomeni che non sono stati analizzati ma soltanto subiti.

Lo Stato non perde soltanto quando camorra, mafia ecc sparano e giustiziano vecchi e bambini nelle strade, ma perde anche quando si lascia sfuggire l'occasione per essere esempio, quando non è al timone, quando non è in grado di formare quindi. Perde in ogni giro di vite repressivo, ogni qualvolta la soluzione unica diviene il divieto indiscriminato.
Impedire ai cittadini di muoversi liberamente  sul territorio nazionale è paragonabile ad un coprifuoco diurno e notturno, una censura fisica. Possibile che non esista alternativa al divieto.
Le rivalità tribali, l'esasperazione di conflitti campanilistici, il fanatismo integralista delle leggi della strada, non sono dunque emancipate da quel sistema che le reprime senza fornire alternative costruttive che vadano oltre una semplice maglietta indossata ad inizio partita dalle squadre in campo.
I venti di vendetta che soffiano tra Lazio e Campania sono frutto si di un folle germe nichilista, ma sono anche figlie di una totale incapacità  persuasiva. Manca totalmente il valore guida che unisce e tutti tiene uniti.
In buona sostanza rischiamo di assistere ad un circolo vizioso in cui tutti sbagliano, che siano essi stato o cittadini di nome ultras.

 

 

E-mail Stampa PDF
La follia nichilista di sabato sera

Verrebbe da chiedere ad altri di poter essere avvisati una volta terminata la sequela di banalità perbeniste, tanto in voga dopo giornate come quella di sabato. Verrebbe anche da ricordare alla comunità tutta che i fatti vanno giudicati senza livore alcuno, evitando di partire da posizioni preconcette e tanto meno chiedere o concedere, a seconda del ruolo che si ricopre, l’attivazione di misure repressive indiscriminate, con la convinzione di esaudire le richieste del popolo.

Tra le tante ovvietà spese però, nessuno ha colto l’unico aspetto veramente ovvio, così evidente da sfuggire alle numerose penne e bocche iscritte all’albo.  Ci si è spesi in accuse di ogni genere, tutte illuminanti sia chiaro. Ad un certo punto sembrava quasi di assistere ad uno spettacolo teatrale dal titolo la surreale banalità dell’ovvio. Abbiamo letto di rapide quanto frettolose indagini giornalistiche, tutte mirate a svelare l’arcano mistero che si celava dietro la sparatoria di viale Tor di Quinto, storie fatte di intrecci geopolitici tra il quadrante nord della capitale ed il capoluogo campano.

Ultras non ultras, poi di nuovo ultras ma senza adunate sediziose e premeditazioni del caso. Dettagli poco interessanti per il grande pubblico, che vuole la testa di un tifoso su un piatto di argento e niente altro, ma chi  indaga per mestiere e soprattutto  per mandato, sa che certi particolari possono fornire spiegazioni decisive, tanto da poter escludere davvero qualsiasi forma di  premeditazione.

L’unica che ha mostrato di aver capito più o meno come fossero andati i fatti, e le potenzialmente  pericolose conseguenze innescabili,  è stata solo la questura. Fatta esclusione per  la spettacolare fase burocratica, con apparente  richiesta di nulla osta a giocare ad un unico rappresentante della tifoseria napoletana, ha dimostrato di tenere bene a mente cosa non dovesse accadere né durante la fase di emergenza né al suo termine. Tutto questo mentre  blog e social network si riempivano di violente richieste di punizioni esemplari, dal sapore vendicativo, dimenticando che la giustizia non deve vendicare proprio nessuno.

Ma c’è un’altra verità, ovvia appunto, talmente ovvia che come dicevo poc’anzi, nessuno ha scritto, detto e forse neanche pensato.

La follia. Si la follia, e come altro bisognerebbe chiamarla se non così. Ancora più folle però, sarebbe credere che il sistema in cui tale tragedia abbia preso forma fosse un sistema normale. Certo, se si analizza il tutto senza alcuna pretesa, senza porsi mai interrogativi, avallando ogni abitudine ad accettare la prassi come le regole senza mai interpretarle, allora quello che appare è che il calcio è uno sport sano, che la società contemporanea è priva di errori, ingiustizie e malaffari e che il male non esiste.

Ma è davvero così, viviamo in un  mondo di regole realmente condivise?. Lo Stato rappresenta  i suoi cittadini ed essi si riconoscono nello Stato? C’è un legame valoriale così solido, capace di  unire ogni componente della comunità in cui si vive, oppure la società  è solo un insieme di io separati tra loro, senza che esista una coscienza di tutti e che tutti rappresenti.

Qui si è arrivati ad un punto di non ritorno, ma non ci si è arrivati per la volontà di una parte soltanto della società, si è giunti in questo baratro nichilista per colpa di tutti. Si è giunti fin qui perché si è voluto negare l’evidenza. L’uomo ha bisogno di credere, di sentirsi parte del mondo in cui vive e non di essere un semplice consumatore, con il solo obbligo di rispettare i codici e pagare i suoi acquisti.

A chi fosse colto da tremori, immaginando che con queste parole si stia cercando di fornire una assoluzione di principio per i responsabili di questa brutta faccenda si sbaglia di grosso. Quello che si vuole dimostrare non è la legalità di certe azioni ma la loro origine, non spetta a noi condannare, ma la voglia di comprendere per risolvere questo si che ci preme. In un mondo perfetto non vi sarebbero ne guardie ne ladri, ed il nostro mondo è tutt'altro che perfetto. Questa imperfezione però non è monopolio di una sola parte.

Come si può ridurre il problema dell’uso arbitrario della violenza al solo mondo ultras, e soprattutto perché separarlo dal resto della società. Non è forse la stessa società in cui vivono anche i bambini innocenti vittime nelle loro scuole o nei loro quartieri, vittime della prepotenza di branchi di coetanei prepotenti e violenti, non è la stessa società del bullismo dunque, o della società in cui camorra mafia ndrangheta, operano ed addirittura trattano con lo Stato? E cosa si è ottenuto in quegli ambiti, la repressione, i tanto miracolosi “giri di vite” cosa hanno ottenuto.

Anni di tessere del tifoso hanno prodotto alcuni risultati positivi, in particolare dal punto di vista dei risparmi dello Stato per la gestione delle forze dell’ordine. Negli stadi torniamo a dire, gli scontri sono sempre stati rari, aumentano invece nelle dimenticate serie inferiori, dove le telecamere non arrivano. Gli scontri avvenivano e continuano ad avvenire lontano dai perimetri degli stadi, esattamente come avveniva prima e come continua ad avvenire nel “modello” anglosassone.  A cosa dovrebbe servire dunque un DASPO a vita se non si vuole comprendere la causa di un fenomeno. Ed a cosa sarebbe servito il daspo a vita ad un Daniele Desantis che viveva nel luogo sotto inchiesta. Lo stesso Presidente del Senato P. Grasso, ha giustamente chiesto di tutelare lo sport, ma ha anche parlato  di un malessere sociale che lo minaccia.

E poi perché contraddire quanto dichiarato in conferenza stampa dalla DIGOS di Roma, perché cercare il pelo nell’uovo che non c’è.

Si è trattato di follia allo stato puro esattamente come è folle una sparatoria nei quartieri spagnoli o nella zona espansione nord di Palermo. Folle come ogni mano che offende in nome del proprio io.

Differente è stato l'esempio, questa volta decisamente encomiabile,  offerto dalla madre di Ciro Esposito, le cui condizioni, rimangono stabili. A questa signora vanno i nostri migliori auguri ma soprattutto vogliamo possa giungerle la nostra stima per le parole, per la dignità, per l'esempio appunto che sta dando. La sua misericordia nei confronti di chi le ha quasi strappato la vita del figlio dimostra una nobiltà d'animo sempre più rara da trovare. Auguri signora e speriamo che Ciro si riprenda e torni presto a casa nelle stesse condizioni in cui lo ha salutato prima che partisse per Roma.

E-mail Stampa PDF


Pagina 1 di 63

Newsletter